Moda sostenibile e fast fashion: come capirci qualcosa

da | 24 Aprile 2020 | Moda sostenibile

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Il 24 aprile di 7 anni fa crollò il Rana Plaza, un edificio di otto piani che si trovava a Dacca, capitale del Bangladesh. Sgretolandosi, causò 1129 vittime e 2515 feriti. Queste persone lavoravano per produrre i vestiti di grandi catene del fast fashion. Avevano avvertito delle numerose crepe presenti e non si sentivano sicure a continuare a lavorare in quelle condizioni. Ma non ci sono i sindacati in Bangladesh, quindi si sta zitti e si lavora se si vuole mangiare.

Mi piacerebbe dirvi che mi ricordo di quel giorno e che mi interessai subito alle condizioni delle persone che producevano i capi che compravo ogni settimana da Zara. Non è così: avevo 25 anni, lavoravo, ero single e vivevo a Milano. I miei interessi erano principalmente dove fare aperitivo dopo l’ufficio e dove andare a ballare il sabato sera. Non mi ponevo il problema di dove fossero prodotti i miei vestiti e nessuno che conoscevo ne parlava.

Quello che mi aprì gli occhi sulla situazione dell’industria della moda fu, tempo dopo, il bellissimo documentario “The True Cost”, disponibile su Netflix. Sono convinta che sia un documentario che si dovrebbe far vedere nelle scuole, a partire dalle medie.

Guardando questo documentario scoprii dunque le condizioni di lavoro terribili di queste persone, l’inquinamento causato da questa industria (la seconda fonte di inquinamento al mondo), l’incitamento di una grandissima parte di influencer a comprare sempre di più (i famosi video haul che continuano ad essere un trend su YouTube).

La mia prima reazione? Giurai che non sarei mai più entrata in quei negozi. Cominciai ad interessarmi alla questione e ai brand sostenibili.

Anche in questo caso, mi piacerebbe dirvi che da quel giorno mantenni la mia promessa. Non è così. Entro ancora da Zara, Mango e compagnia ma compro decisamente meno. In gravidanza ho ceduto, schifata dalle proposte delle linee premaman di cui parlo qui.

Il fast fashion ha cambiato la nostra percezione di giusto prezzo: il prezzo corretto di una t-shirt in cotone non è 5 euro. I jeans non possono costare 30 euro. No, non è normale avere 52 collezioni l’anno. Il fast fashion ha anche reso la vita molto difficile ad alcuni marchi di medio costo (Benetton, Sisley, Pinko e tanti altri che ora non esistono più e di cui non ci ricordiamo neanche) che comunque non producono più nulla o quasi in Italia. Anche i grandi stilisti hanno visto l’industria cambiare, in peggio, e si sono adeguati. Alcuni hanno deciso di dire basta. Giorgio Armani ha scritto una lettera a WWD denunciando la situazione, ripresa poi dai quotidiani di tutto il mondo. Bravo Giorgio, le tue collezioni mi fanno venire il latte alle ginocchia, ma bravo.

Il mondo della moda sostenibile è enorme, e ne parlerò ancora. Perché credo che essere informati sia fondamentale per fare delle scelte. Ora la parola sostenibile è di moda e lo sarà ancora di più quando usciremo da questa crisi. Non ci sono leggi che ne regolamentino l’utilizzo, quindi ogni azienda può avere la sua interpretazione. Più siamo informati, più sarà facile capire chi è davvero attento ai materiali e alle condizioni di lavoro delle persone che creano i capi.

FILM, PERSONE, LIBRI, AUTO, CASE E FOGLI DI GIORNALE PER APPROFONDIRE:

Per prima cosa se non lo avete già fatto, guardate The True Cost. Non avete Netflix? Mettetevi una benda sull’occhio come un vero pirata e scandagliate l’internet.

Sono arrivata a conoscere il documentario The True Cost grazie a un’influencer che si chiama Carotilla su Instagram (Camilla Mendini è il suo vero nome). Da qualche tempo Camilla ha anche una sua linea di abbigliamento, ovviamente etica. Seguitela perché è piena di spunti interessanti.

Fashion Revolution: è un movimento globale di cui fanno parte brand, giornalisti, produttori e consumatori. Il loro obiettivo è un’industria della moda che rispetti l’ambiente e le persone. Pubblicano ogni anno il Fashion Transparency Index, una lista di 250 brand classificati in base alla loro trasparenza. Cosa vuol dire? Che questi brand rendono noti i fornitori che utilizzano, da dove vengono i materiali e le loro policy in generale. Al primo posto nella classifica 2020 c’è H&M, creando non poche polemiche riguardo l’attendibilità di questa classifica. Il fatto che H&M sia trasparente non significa però che sia sostenibile, la loro stessa struttura non può esserlo. Ancora una volta, conoscere i fatti e pensare con la propria testa è la soluzione.

This is a good guide di Marieke Eyskoot. Una guida di facile lettura (a differenza del nome dell’autrice) per approcciarsi ad una vita più sostenibile. I capitoli sulla moda e sul beauty sono molto interessanti e ricchi di brand da scoprire.

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